La recessione mondiale che non c’è

Di Francesco Daveri (tratto dal sito www.lavoce.info)

 

Le ultime stime dell’Fmi certificano un rallentamento dell’espansione. Che succederà ora? Certo, il quadro potrebbe peggiorare. Ma ci sono anche segnali che inducono all’ottimismo. Tanto più che le banche centrali continuano a vigilare sulla situazione.

 

Il mondo rallenta, ma non si ferma

Meglio dirlo chiaro e tondo: il mondo non sta sprofondando in una recessione stile post-Lehman. Lo spiega bene il Fondo monetario internazionale nell’aggiornamento delle sue stime del World Economic Outlook, fresco di diffusione. Nel riassunto del rapporto si menziona infatti solo un “indebolimento dell’espansione”: la traduzione del fatto che nel 2019 il Pil del mondo - al netto dell’inflazione - crescerà del 3,5 per cento e non del 3,7 per cento come previsto tre mesi fa. Una limatina dello 0,2 per cento, sostanzialmente derivante da minor crescita in Europa (soprattutto per Germania e Italia) e in Asia, dove la crescita della Cina - il cui Pil nel 2017 contava per il 15 per cento del Pil del mondo in dollari - è data al 6,2 per cento invece del precedente 6,6 per cento.

 

La crescita va peggio del previsto soprattutto in Europa

Il Fondo monetario spiega anche il perché dell’indebolimento. Sempre nel suo rapporto di gennaio si legge infatti che l’inizio della guerra tariffaria tra Usa e resto del mondo (ma soprattutto tra Usa e Cina) iniziata dal presidente Trump ha già pesato sulla crescita, ma gli effetti negativi del conflitto erano già stati contabilizzati nella riduzione della crescita stimata per il 2019 (essenzialmente per l’economia americana) nel World Economic Outlook di tre mesi fa. L’ulteriore revisione al ribasso delle stime attuali nasce dunque altrove, in Europa e in alcuni mercati emergenti.

 

Tabella 1 - La crescita del Pil secondo il World economic outlook (variazioni %)

 

Daveri tabella

 

Per l’Europa i Paesi che rallentano di più sono due: Germania e Italia. Il peggioramento della crescita tedesca - ora ridotta all’1,3 per cento, con un netto ridimensionamento rispetto all’1,9 per cento di tre mesi fa - è attribuito dagli economisti del Fondo all’introduzione di nuovi standard per l’emissione di gas inquinanti per le automobili che obbligano i produttori tedeschi a una conversione produttiva difficile anche per una macchina - è il caso di dirlo - ben rodata quale quella del settore automotive tedesco. Per l’Italia i problemi visti da Washington - una crescita 2019 prevista allo 0,6 per cento, circa la metà di quanto previsto dal governo italiano - nascono altrove, dato che nel rapporto si parla esplicitamente di “preoccupazioni relative a rischi finanziari e relativi al debito pubblico”. Come dire che la strategia scelta dal governo italiano di andare a un iniziale aspro confronto con l’Europa sulla legge di bilancio per il 2019 sembra aver lasciato tracce nei dati macroeconomici ancora prima dell’approvazione di una versione annacquata del disegno di legge presentato ai primi di settembre. Come si è visto nel drammatico peggioramento degli indici di fiducia delle imprese e nelle opinioni dei manager responsabili degli acquisti del secondo semestre 2018, il mero annuncio di politiche economiche inadeguate può avere effetti molto reali sull’economia anche prima della loro approvazione. Quindi i segni meno osservati nel secondo semestre 2018 non sono stati una gran sorpresa per chi fosse disposto a leggere i dati che si sono resi via via disponibili.

 

Potrebbe andare anche peggio di così ….

Nel suo rapporto il Fondo monetario prova anche a sollevare la domanda più importante: e ora che succede? La risposta è che il rischio che le cose vadano peggio di quanto indicato nelle stime di inizio anno è concreto. A pesare sui dati dei prossimi mesi c’è l’incognita di una Brexit al buio, cioè senza accordo, per ora prudentemente non contabilizzata nelle stime dell’istituto di Washington. E c’è anche il rischio di un ulteriore avvitamento della guerra dei dazi tra America e Cina che si ramificherebbe in giro per il mondo contribuendo a pregiudicare la convenienza delle catene globali di creazione del valore delle multinazionali. Insomma: malgrado gli appelli delle istituzioni multilaterali (del Fondo, ma non solo), Usa e Cina potrebbero non risolvere le loro controversie commerciali, l’Europa potrebbe ripiegarsi verso la protezione del (non più) esistente sotto le spinte dell’euroscetticismo e il Regno Unito potrebbe decidere davvero di andarsene dall’Europa, allargando di molto la Manica. Non è uno scenario impossibile. E sarebbe drammatico.

 

… ma ci sono le banche centrali

Eppure, nascosto nelle pieghe delle stime del Fondo si possono trovare elementi che potrebbero indurre a maggiore ottimismo. Il rallentamento tedesco potrebbe essere solo temporaneo. E il governo italiano - nella versione della legge di bilancio approvata in fretta e furia dal Parlamento a fine anno - è addivenuto a più miti consigli. In ogni caso, il rallentamento dell’economia mondiale - in particolare se più pronunciato di quanto visto fino a questo momento - è monitorato con grande attenzione dalle banche centrali. E così rimane che, di fronte all’incapacità della politica di risolvere i problemi (ammettiamolo: complessi), le banche centrali hanno pur sempre l’opzione di schiacciare il freno sul processo di normalizzazione delle politiche monetarie annunciato e intrapreso da qualche tempo. La Federal Reserve potrebbe rallentare il passo nell’aumento dei tassi rispetto a quanto riportato nelle tabelle del Fondo monetario. E anche la Banca centrale europea potrebbe riconsiderare la scelta di portare a conclusione il suo piano di acquisto di titoli iniziato nel marzo 2015. Non sarebbe la soluzione del problema, ma almeno una sua attenuazione e un rinvio a domani. Di sicuro, a giudicare dal ritorno dell’ottimismo sui mercati di inizio anno, le Borse e gli investitori hanno già cominciato ad aggrapparsi agli scenari di speranza.

 

Francesco Daveri
(tratto dal sito www.lavoce.info)

 

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