Verso il recepimento nazionale della Direttiva UTPs

Di Paolo De Castro

 

La Direttiva europea contro le pratiche sleali nel settore agroalimentare rappresenta un’occasione per far evolvere la nostra legislazione nazionale in materia. L’articolo 62 è stata infatti una legge innovativa, ma raramente applicata, con soli due procedimenti chiusi in sette anni da parte dell’autorità preposta.

Non che la bontà della norma si misuri solo sul numero degli interventi delle autorità. Come mostra l’esempio britannico, il modello che funziona da più tempo e che produce anche la più interessante quantità di dati e rapporti sull’evoluzione delle pratiche sleali, l’azione per contrastare ed eliminare i comportamenti scorretti e aumentare la trasparenza nella filiera alimentare non passa solo dalla repressione, ma anche dalla capacità di moral suasion e di mantenere un dialogo costante tra tutti gli attori della filiera.

Il Grocery Code Adjudicator britannico esiste dal 2013 e opera essenzialmente su un piano di azione di monitoraggio, informazione e comunicazione. Nel 2017 ha aperto solo un’indagine. Ma ha tenuto 61 incontri con i rappresentanti della grande distribuzione organizzata, ha partecipato a 30 eventi con fornitori incontrandoli singolarmente per 59 volte. Tutta questa attività preventiva, ha portato a un calo significativo delle segnalazioni per violazione delle norme.

In Spagna, invece, l’Aica - l’Agenzia che si occupa di controllo e vigilanza sulle pratiche commerciali sleali - ha pubblicato un recente rapporto sulla sua attività, in cui si parla di quattromila ispezioni in quattro anni, con 1.245 sanzioni a industria alimentare e grandi catene di supermercati per complessivi 10 milioni di euro.

La Direttiva approvata lo scorso 12 marzo dalla Plenaria del Parlamento europeo, a meno di 11 mesi dalla presentazione del testo da parte del Commissario Phil Hogan, si pone come standard comune minimo a livello europeo per armonizzare le legislazioni già presenti in venti Stati diversi, e dà al legislatore italiano l’occasione per correggere l’articolo 62 e adattare la norma alle particolarità delle relazioni di filiera del nostro paese.

Sono molte le ipotesi di lavoro da cui partire. Vediamo alcune.

In primo luogo, è auspicabile un recepimento rapido al fine di garantire certezza giuridica ai nostri produttori, adattando l’art. 62 e migliorandolo. L’Italia è sempre stata in prima linea nella battaglia europea contro questi comportamenti scorretti, ora dovrà dimostrare di voler essere capofila anche nel recepimento nazionale della normativa, che speriamo possa avvenire entro il 2019.

 

In secondo luogo, seguendo l’esempio di altri paesi con una dimensione media delle aziende molto più grande delle nostre, sarebbe opportuna l’estensione dell’ambito di applicazione a tutti i fornitori, nei loro rapporti con acquirenti economicamente più grandi, cioè quando il fatturato dell’acquirente supera quello del fornitore. Questo eliminerebbe l’attuale soglia fissata a 350 milioni di euro e realizzerebbe appieno l’obiettivo che abbiamo sempre avuto in mente dall’inizio delle discussioni su questo testo: ‘unfair is unfair’, scorretto è scorretto indipendentemente dalle dimensioni economiche delle parti coinvolte.

 

Terzo elemento: le relazioni tra imprese della filiera italiana si caratterizzano per la presenza di due pratiche sleali che non sono incluse nelle sedici vietate a livello Ue. Mi riferisco alla vendita sotto costo e alle aste al ribasso. Lo strumento della Direttiva dà la possibilità al legislatore italiano di aggiungerle all’elenco dei comportamenti vietati: ci auguriamo che tale possibilità venga sfruttata mettendo fine a due comportamenti che, seppure possano avere effetti positivi in alcuni Stati membri, in Italia hanno dimostrato di strozzare i nostri imprenditori, tramite la ricerca di prezzi sempre più stracciati e la svalorizzazione delle loro produzioni.

 

Infine, parliamo dell’autorità competente, alla quale l’autorità Ue conferisce obblighi e poteri piuttosto precisi, anche in termini di monitoraggio e redazione di rapporti annuali. Abbiamo visto con l’articolo 62 quanto sia difficile applicare tout court il principio dell’“abuso di posizione dominante” a relazioni che sono di natura contrattuale. E che, oltre alla repressione, servono strumenti di pressione e un dialogo continuo con le parti della filiera. All’autorità garante per la concorrenza andrebbero quindi quantomeno affiancate altre autorità di contrasto che abbiano una conoscenza specifica dei rapporti negoziali all’interno della filiera agroalimentare.

 

Grazie a questo testo, potremo finalmente avere una filiera agro-alimentare più equa, più trasparente e più efficiente, a vantaggio di tutti i consumatori europei. L’equazione trasparenza-efficienza vale, infatti, per tutti: più efficienza significa più qualità per i consumatori, una trasmissione più lineare e simmetrica dei segnali di prezzo, maggiore visibilità e comprensione del processo di produzione, meno spreco di alimenti e delle risorse impiegati per produrli. L’Europa della Direttiva contro le pratiche commerciali sleali è l’Europa che vogliamo, che mostra di saper essere al fianco degli operatori economici più deboli, come agricoltori e produttori alimentari, e di tutti i cittadini.

 

Paolo De Castro, Vice Presidente della Commissione Agricoltura e Sviluppo rurale del Parlamento europeo

 

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