Obiettivo Crescita: scenari e sfide per l’Industria dei Beni di Consumo

Di Aldo Sutter

 

Vediamo un’Europa sofferente… talvolta guardata con sospetto dai cittadini…accusata di limitare l’autonomia delle nazioni, di rigidità che hanno contribuito a determinare crisi economica, disoccupazione, disagio sociale.

Secondo l’ultima indagine Eurobarometro solo il 35% degli italiani ha un’immagine positiva della Unione Europea e il 66% pensa che la propria voce non conta in Europa.

Molti fattori hanno contribuito a una percezione così critica.

Sicuramente le perduranti lacune nei processi d’integrazione dei mercati… o l’incapacità di procedere a realizzazioni che avrebbero potuto creare più coesione e solidarietà tra i popoli, rafforzando la fiducia in un percorso comune.

Jean Monnet, uno dei padri fondatori dell’Unione, sosteneva che “abbiamo bisogno di un’Europa per ciò che le nazioni non possono fare da sole”, a sottolineare l’importanza della cooperazione tra gli Stati per affrontare dinamiche più grandi di loro.

Quest’ultimo decennio però ha visto drammaticamente venire in primo piano problemi legati alla capacità di alimentare la cooperazione tra gli Stati membri, che si sono fermati sul fronte dell’integrazione.

Penso alla vicenda della Brexit o al Patto di Visegrad… Al mancato rispetto degli accordi sulla gestione dei migranti… Alle tensioni nelle relazioni politiche tra gli Stati di cui danno conto periodicamente i giornali.

A 20 anni dall’Euro, i paesi dell’Eurozona hanno ancora altrettanti mercati nazionali, politiche economiche e fiscali differenti… Non esistono una politica estera o una difesa comuni.

Nei prossimi mesi servirà uno sforzo importante per recuperare identità di visione e di azione.

Sarà indispensabile trovare motivazioni forti per generare cooperazione tra le nazioni.

Farlo significherà, come ha sottolineato Mario Draghi, Governatore della Banca Centrale Europea, dare risposte capaci di cancellare la “percezione che l’Unione Europea manchi di equità tra paesi e classi sociali”.

 

Guardiamo all’Italia. Lo stato di salute dell’economia è preoccupante. La crescita è ferma. Viviamo una fase di forte incertezza che frena le scelte delle imprese e delle famiglie.

Il Paese fatica a fare i conti con sé stesso, ad affrontare i suoi problemi. E’ in Europa, ma è un’appartenenza confusa.

Non ha varato quelle riforme - anche impopolari - senza le quali è più difficile competere e cogliere i benefici dell’Unione.

Certo come imprenditori e manager vediamo un’Italia con il fiato corto. Sempre più indebitata e meno competitiva.

Nell’arco di pochi anni il mondo è cambiato. Tutti i punti di riferimento si sono modificati molto velocemente e questo ha richiesto alle nazioni, ai popoli e alle imprese una grande capacità di adattamento.

Ma nel Paese cosa è cambiato? Le grandi fasi della globalizzazione degli Anni Novanta e dei primi Anni Duemila sono passate sotto i nostri occhi. Abbiamo assistito alla fase espansiva del commercio mondiale e poi al suo ridimensionamento, la concorrenza dei Paesi emergenti (la Cina in primis) farsi più serrata anche nelle fasi a maggior valore aggiunto delle catene produttive fino a insidiare le produzioni italiane.

Ma a fronte di costanti evoluzioni del contesto non abbiamo visto interventi incisivi per ridurre il debito e rendere il Paese attrattivo per gli investitori. Non è stata riqualificata la formazione. Non ci sono state misure tali da sostenere la competitività delle imprese.

Gli effetti sono stati pesanti. Il tasso di natalità delle aziende è passato dall’oltre 3% degli Anni Ottanta, all’1% dei primi Anni Duemila, allo zero dell’ultimo decennio. Le imprese che nascono sono pari a quelle che cessano l’attività!

In 30 anni le imprese manifatturiere si sono ridotte dell’1% l’anno e di oltre il 2% a partire dal 2008. Il processo di selezione dell’apparato produttivo è stato severo ed ha interessato in maniera pesante anche il nostro comparto. Molte realtà hanno dovuto ristrutturare, hanno visto ridursi la capacità di autofinanziamento, hanno ritardato i processi di ammodernamento della capacità produttiva.

Eppure, nonostante tutto, Fedele De Novellis, chief economist di Ref, ci dice che il nucleo dei produttori dei beni di consumo ha mantenuto un ruolo importante, direi fondamentale, nel tessuto produttivo. Negli ultimi anni, ha visto crescere la sua rilevanza nel nostro contesto economico.

L’Ibc vale un terzo dell’industria italiana. Molto di più se consideriamo l’indotto.

E’ un asse importante, strategico, della nostra forza manifatturiera, impegnato sui fronti dell’innovazione, della valorizzazione del capitale umano, del digitale, della creatività.

Sembra incredibile se consideriamo i problemi “ambientali, di sistema” che devono affrontare le aziende basate in Italia rispetto a quelle operanti in altre nazioni.

L’auspicio, ora, è che la politica economica sia tesa soprattutto ad evitare che i benefici della lenta ripresa di questi anni si disperdano, vanificando gli investimenti delle imprese e i sacrifici degli italiani.

Gli imprenditori e i manager aspettano risposte concrete in termini di modernizzazione degli assetti pubblici, nel fisco, nella giustizia, nelle reti infrastrutturali, nella ricerca.

Ma sono anche consapevoli del fatto che la crescita del Pil, della base produttiva, dell’export, degli impieghi non possa realizzarsi se - come emerge anche dall’ultimo Rapporto Censis - mancano nel Paese il riconoscimento della visione sociale dello sviluppo e la capacità di istituzioni e decisori pubblici di accompagnare questo cammino.

Il processo di ripartenza economica ha bisogno di rendere tangibili e diffusi i suoi dividendi nella società.

 

Da imprenditori e manager impegnati tutti i giorni in prima linea, guardiamo con preoccupazione ai consumi, contraddistinti da un andamento quanto mai discontinuo e incerto. Nel 4° trimestre 2018 erano cresciute di poco sia la produzione di beni di consumo (+0,2%), sia le vendite al dettaglio (+0,3%).

A gennaio 2019 però il quadro è peggiorato. Le immatricolazioni di auto sono diminuite. L'indicatore dei consumi di Confcommercio è sceso dello 0,3%. Sono caduti gli ordini per i produttori di beni di consumo.

Potere d’acquisto in calo, costi crescenti per le famiglie, paura della disoccupazione incidono negativamente sulle aspettative. In queste condizioni è possibile che le persone alimentino il risparmio a scapito della spesa.

In uno scenario - già di per se critico - ci troviamo per l’ennesima volta a fare i conti con gli effetti delle clausole di salvaguardia, in particolare su quella inerente l’Iva. Clausole in vigore, che se attivate, avrebbero effetti molto negativi per le imprese e le famiglie. Il Sole 24 ore calcola il peso dei rincari derivanti da un aumento delle aliquote dal 10 al 13% e dal 22 al 25,2% rispettivamente pari a 538 euro l’anno per ogni famiglia. E’ un impatto enorme se consideriamo la situazione generale che abbiamo descritto. Si tradurrebbe in un forte calo della domanda con effetti pesanti a cascata su famiglie, imprese e per le stesse entrate dello Stato.

Scongiurare l’entrata in vigore della clausola nel 2020 costerebbe oltre 23 miliardi di euro. Al momento le forze di Governo smentiscono qualsiasi ipotesi di rialzo, così come qualsiasi manovra correttiva.

Ibc ritiene, insieme alle aziende della distribuzione moderna, che si debba puntare alla sterilizzazione della clausola e le coperture debbano essere trovate attraverso tagli alla spesa pubblica improduttiva. Se l’importo fosse recuperato interamente in deficit, infatti, lʼItalia violerebbe le regole del Patto di Stabilità e sarebbe ancora più a rischio la fiducia degli investitori che finanziano il debito italiano.

 

Un altro fronte di impegno associativo è quello del contrasto al progetto di legge sulle chiusure domenicali dei punti di vendita. Il provvedimento andrebbe contro i principi del libero mercato, in cui ogni azienda deve poter decidere orari e giorni di apertura in funzione delle sue strategie commerciali e dell’equilibrio del suo conto economico. I consumi sono statici ed è paradossale che si pensi a provvedimenti che frenano gli acquisti. Ed è altrettanto paradossale che nell’era delle vendite on-line che permettono di fare acquisti 24 ore su 24 e 7 giorni su 7, si pensi all’introduzione di vincoli di apertura con effetti distorsivi sulle dinamiche competitive.

Condividiamo questa battaglia con la Gdo. Una delegazione di Centromarca e IBC è stata ricevuta in audizione alla Commissione Attività Produttive della Camera su questa proposta di legge che non abbiamo esitato a definire antistorica.

 

La nostra collaborazione con la Distribuzione Moderna avviene anche su progetti di natura tecnica e operativa per l’efficienza e l’efficacia della filiera nell’ambito di GS1 Italy, l’associazione congiunta delle aziende industriali e distributive. Su questo piano, il nostro impegno per l’efficienza e l’innovazione tecnologica non è venuto mai meno e punta ora a velocizzare la diffusione del digitale in tutti gli stadi della nostra filiera.

Insieme alle scelte di politica economica che possano sostenere il livello dei consumi, la nostra associazione è impegnata sul fronte della salvaguardia della redditività di tutti gli operatori della filiera. Un obiettivo che passa anche attraverso una corretta competizione di mercato.

 

Crediamo che il varo della Direttiva Europea sulle Unfair trading practices nella filiera agroalimentare sia un fatto rilevante in questa direzione. E’ stata riconosciuta l’esistenza del fenomeno, sono state identificate le pratiche commerciali scorrette e si sono aperte prospettive per l’evoluzione delle normative nazionali secondo una logica armonica ed europea. Il nostro auspicio è che queste linee guida siano seguite dal legislatore anche in Italia.

 

Discorso introduttivo all'Assemblea 2019 di Ibc - Associazione Industrie dei Beni di Consumo
Milano, 3 aprile 2019

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